NOIRE

CAPITOLO UNO – La Notte Prima

La notte passata nella Caserma dei Carabinieri era stata lunga, fredda e quasi insonne.

Non e’ facile dormire al freddo, e, quando la densa nebbia di quell’avanposto della Valle Padana, riempie strade, cortili, balconate e corridoi, infiltrandosi anche dentro le camerate e impregna le coperte e le lenzuola, trasformando i cuscini in gelidi fagotti, e’ meglio stendersi, completamente vestiti, su un divano, vicino ad una stufa e  cercare di afferrare qualche minuto di sonno, con l’aiuto, magari,  di un paio di buone grappe.

Cosi’ aveva fatto, pero’ prima, cercando di far si che la lunga, fredda notte apparisse un poco  meno lunga, non potendo farla meno fredda, aveva vagato per un paio di ore per le vie della parte vecchia del paese, camminando, acompagnato da Buck, il mezzosangue pastore tedesco, su e giu’ per le stradine tortuose del Borgo Vecchio, lastricate di antiche pietre, levigate da secoli di struscio di milioni di piedi e  ruote,  osservando le case, le chiese, una di stile ed origine romanico, incontrando pochi passanti che si afrettavano, infreddoliti, verso casa, probabilmente gli ultimi avventori di qualche bar o i camerieri o proprietari dei medesimi, stanchi della lunga giornata.

Le facciate delle costruzioni erano molto simili tra loro, semplici, porte e finestre contornate da un leggero rilievo, le piu’ antiche in mattoni o mattonelle di cotto, le piu’ recenti, semplicemente, intonaco, le porte di ingresso, tutte in legno, come gli scuri delle finestre, apparivano quasi sempre in buone condizioni, e solo alcune porte lasciavano apparire l’eta’ e gli abusi del tempo che le avevano consumate, specie nella parte piu’ bassa, la piu’ frequentemente inzuppata dalla pioggia o dalle abbondanti nevicate, come l’ultima, quella di una settimana prima, i cui resti, ammucchiati negli angoli tra le case, o in qualche slargo delle stradine, si stavano sciogliendo durante il giorno, ma che adesso, nella fredda notte erano duri come le pietre delle case a cui erano addossati, e delle pietre, avevano, ormai il colore

Si  fermo’ davanti ad una porta lavorata con un bassorilievo floreale, racchiuso in un ovale,  e fece scorrere la mano sulla superficie di quel legno che mostrava i segni dell’eta’ , ma ancora massiccia e resistente   pensando   – …..Rovere…. devono essere di Rovere…per resistere tanto tempo…porte e scuri in rovere della bassa valle….ed in rovere devono essere anche le travi e i pavimenti dei solai interni, mentre che le travi dei tetti saranno in Larice…dell’alta valle…travi ricavate da fusti interi, appena squadrate, con qualche filo arrotondato…naturalmente….

Alzo’ lo sguardo verso il tetto dell’edificio che aveva di fronte, cercando di vedere le travi che si protendevano dal muro perimetrale, ma l’oscurita’ e la nebbia non gli permisero confermare la sua teoria, basata su anni di studio delle architetture – …etniche?…si dice adesso?…. – di quelle valli e del resto del Paese, ovunque il suo lavoro lo aveva portato.

I ricordi di case simili a quelle, case di  antichi abitanti delle campagne e dei boschi delle pendici di quelle valli, case che aveva frequentato tanti anni prima, odorose dei fumi dei legni che ardevano nei camini o nelle stufe da cucina, con i soffitti del piano terra, spesso, a volta di mattoni, gli tornarono alla mente e si lascio’ andare ad una conta di quelle persone, che non aveva rivisto da decenni, e che , forse, nemmeno si ricordavano di lui.

Si immagino’ di poter andare a vedere, stando fuori , nel buio della notte, quelle persone, attraverso i vetri appannati delle finestre delle cucine, sbirciare quei momenti di vita familiare, che, si immaginava, dovevano vivere, nel tepore prodotto da quei ciocchi accesi, in quelle serate invernali, magari degustando una buona Bagna Caouda, o un arrosto di cinghiale abbattuto di recente in qualche bosco di castagni, in una notte di luna piena  -….che ne pensi Buck? …di una bella corsa su e giu’ per i boschi di queste valli,  inseguendo qualche bel cinghialetto…eh?  –  disse al suo compagno di vagabondaggio che lo guardava , adesso che aveva sentito pronunciare  il suo nome, con aria interrogativa, la testa inclinata un poco sulla sinistra, aspettando un ordine che non veniva  -….si amico mio, mi piacerebbe scorrazzare per questi boschi, almento per una volta, cacciando qualche bel maialetto….  –  e con la mente torno’ ad una di quelle notti di luna piena, di fine inverno, con il cielo limpido, spazzato dal  vento di alta quota, passata inseguendo il branco di chinghiali che frugavano rumorosamente tra le foglie secche dei castagni cercando qualche frutto che gli era sfuggito durante le precedenti visite e che facevano tanto rumore da consentirgli di avvicinarglisi, il piu’ silenziosamente possible, camminado sulle pietre e terra dei sentieri, evitando le foglie,  a tiro di pistola, cosi’ vicino che con la sola luce della luna si potevano chiaramente distingure le sagome quasi nere degli animali tra i fusti dei castagni, cosi’ impegnati nella loro ricerca dello scarso cibo di fine inverno, che, piu’ di una volta, toccato da tanta disperata necessita’, li aveva graziati lasciandoli vivere, soddisfatto di aver potuto superare in acutezza dei sensi quegli schivi animali sul  loro stesso terreno di gioco, allontanandosi con la gioia della vittoria    -…pero’ adesso , mi dicono, stanno crescendo in soprannumero e che si stanno trasformando in un problema serio per i coltivi……credo che dovremmo obbligarci a mangiare qualche bella costoletta di chinghialetto….amico Buck..!!   – al sentire pronunciare , di nuovo, il suo nome ed eccitato per il tono delle parole, il cane abbaio’ brevemente e fisso’ il suo sguardo in quello del padrone, in attesa di sviluppi che sembravano interessanti   -…si, costolette, ma non adesso….andiamo….facciamo un bel giro!….   – e riprese a camminare verso la parte alta del borgo, mentre che il cane, scattato immediatamente, con un breve latrato, al sentire la parola “ giro “, lo precedeva di corsa perdendosi nella nebbia.

Le poche luci della illuminazione pubblica, lasciavano lunghi tratti di strada in una quasi totale oscurita’ e ci si doveva guidare col riflesso del prossimo lampione contro la parete opposta, la dove la strada girava, o dal diffuso chiarore prodotto dal riflesso della luce sulle particelle di nebbia che in alcun momenti produceva  effetti  veramente interessanti per un occhio di Fotografo, come il suo.

Pochi i suoni che bucavano il silenzio di quella solitudine, musica e dialogo di un vecchio film proveniente da qualche televisione ancora accesa, dietro le persiane chiuse di un appartamento  a piano terra, un pezzo di rock sparato a tutto volume che trapassava i vetri di una finestra illuminata al secondo piano di una casa di almeno cinquecento anni….

I      – Bel contrasto…!!

Ogni tanto si udiva,  a volte piu intensamente a volte meno a  causa della direzione con cui la strada che stava percorrendo era rivolta rispetto alla linea ferroviaria, il fischio di una sirena e lo sferragliare di qualche convoglio che andava o veniva dal confine con la Francia, correndo  a tutta macchina, cieco nella densa nebbia, trasportando merci del sud agli ancora piu’ infreddoliti transalpini o granaglie dalla bella, fertile, campagna fracese.

Pensava a come la Giunta aveva, non senza fatica ed opposizioni, cambiato le abitudini della popolazione e in quanto poco tempo si era passati da una godereccia visione della vita di tutti i giorni, con abitudini alimentari che prevedevano la presenza a tavola, o almeno nel frigo, di ostriche e champagne, al regime alimentare attuale, scevro di eccessi  gastronomici e basato su salutabilita’ e, soprattutto, bilancio economico, sia personale che nazionale, e come la riduzione delle importazioni di prodotti alimentari superflui, e la sostituzione di essi con altri, provenienti da localita’ piu’ vicine, o del medesimo mercato locale, fosse importante per la riduzione del consumo energetico e, in ultima analisi, della protezione dell’ambiente, cosi danneggiato dal comportamento irresponsabile degli ultimi decenni….

In tutto questo ed altro ancora pensava il GI e pensava nel Mondo Perfetto, che fin dalla sua adolescenza lo aveva tormentato, un Mondo Ideale, contrapposto a quello quotidiano, reale, cosi’ volgare e inadatto alla sua sensiblita’ ai suoi valori morali, cosi’, evidentemente, lanciato verso l’autodistruzione, da obbligarlo, durante lunghe notti insonni, a sostituirlo con il suo, personale, dove nulla era eccessivo, inutile, fatto solo per soddisfare una qualche esigenza edonistica, ma dove estetica e funzionalita’ erano obbligatorie, dove cio’ che non era assolutamente necessario, era inutile, dove costruire,  vendere e possedere l’inutile era reato, cosi come lo era costruire, vendere o possedere qualcosa che assolveva al suo compito di indispensabilita’ ma che non soddisfaceva i Suoi canoni estetici ed artistici…..un Mondo Perfetto….dove c’e’ una sola maniera di fare qualsiasi cosa : bene..!!

I    – …il Mondo Perfetto…..devo apprendere a pensare a questo in una forma meno speculativa, metafisica,  e piu’ pratica, immediata…il Mondo Perfetto lo stiamo facendo adesso…non e’ piu’ il sogno di un bambino, e’ ” Il Progetto”….. in corso d’opera, di un intero paese, una nazione come la nostra che ha fatto la storia del mondo occidentale, puo’ e deve tornare a scriverla con lo stesso vigore…..!!!.. senza retorica…pero’…con i piedi per terra, cosi’ come lo stiamo facendo….   – si diceva, censurandosi immediatamente quando si sorprendeva in qualche abbandono …imperiale….??

Era difficile per lui trovare un momento nel quale non fosse completamente assorbito dallo sviluppo delle sue teorie, dallo studio ed analisi dei dati ed informazioni che riceveva, cosi’ come tutti gli altri alti funzionari della Giunta Militare, sull’andamento della economia nazionale ed internazionale, sugli sviluppi del mondo scientifico e le possibili applicazioni nella vita di tutti i giorni, dei livelli di acettazione ed appoggio alle disposizioni emanate dalla Giunta, e che fosse staccato, disconnesso, dal flusso in entrata ed uscita di dati ed informazioni e che potesse, semplicemente gustare cio’ aveva attorno…

I    -…la mia condanna…..avere una idea…un obbiettivo…e credere che sia possibile raggiungerlo…..un giorno potro’ riposare un poco, ma non adesso, non oggi e, soprattutto, non domani…..!!..come mi piacerebbe non avere questo maledetto senso della responsabilita’!! come mi piacerebbe poter pensare che il mondo potrebbe continuare a girare anche se io mi dimenticassi di lui per un minuto…!!

– ….gia’ Domani…il futuro prossimo, quasi immediato…quel concetto bizzarro che abbiamo noi umani….pensare al futuro come qualcosa di inevitabilmente legato alle nostre azioni di oggi….qualcosa che possiamo torcere a nostro piacimento…condizionarlo alle nostre necessita’…o…. false necessita’…semplicemente desideri….spesso inutili o dannosi…..non dovrebbe essere permesso modificare il futuro…perlomeno non a tutti…..solo a chi puo’ creare un futuro migliore del presente, non uno meno peggio….

Senza quasi rendersene conto, tanto era il potere di suggestione che lo sviluppo dei suoi pensieri, idee, aveva su di lui, era, adessso,  di nuovo di fronte al portone della caserma, che immediatamente si apri’ al suo avvicinarsi, e il piantone che lo stava aprendo, lo ricevette col saluto formale, al quale il GI rispose con il suo, piu’ familiare, meno rigido, ma lui poteva, il suo grado gli permetteva queste piccole deroghe al regolamento..

– …qualche messaggio per me…?

– …No, signore, non che io sappia…vuole che chieda?

-… no, lascia dormire chi puo’ farlo….a proposito…tutti sono ben sistemati..??

– …al meglio delle possibilita’, Signore…!

– …buona risposta…!!…quando finisce il tuo turno?

-…tra una ora….?!

– Assicurati che chi fara’ il turno dalle quattro alle sei mi svegli qualche minuto prima delle sei..va bene?

– …certo Signore…sara’ fatto…  alle cinque e quaranticinque?….va bene? ..Signore?

-…perfetto…!..grazie…

– …di nulla Signore…!

Si avvio’ verso l’ufficio dove aveva deciso di sistemarsi, al secondo piano, una volta dentro, si sfilo’ il cinturone con la fondina della Beretta, tracanno’ di un fiato una buona dose di grappa, della bottiglia che il comandante gli aveva offerto, si distese sul sofa’ ed entro’ in uno stato di torpore, simile al sonno, il massimo che riusciva ad ottenere, in momenti come quelli.

La sveglia, puntata alle cinque e trenta, gli era parsa come il suono delle campanelle della slitta di babbo natale, la lunga attesa era finita e presto ci sarebbero stati dei regali tutti nuovi….era gia’ completamente in se’ da qualche minuto, da quando il piantone di servizio aveva mandato un altro militare a svegliarlo, ma non si era ancora mosso dalla posizione che era riuscito a trovare, mezzo rannicchiato sul sofa, vicino alla stufa a kerosene dell’ufficio del comandante della Caserma, che da sola non riusciva a riscaldare completamente l’ampio stanzone, ma addolciva un poco la temperatura.

Mentre si allacciava il cinturone con la fondina e la pistola, forse per l’odore dell’olio che proteggeva l’arma e quello del cuoio,  gli prese un languore come quello che sentiva da ragazzo, quando, nelle ore della notte che precedevano l’alba dell’apertura della stagione di caccia, provava  nell’indossare gli abiti, la cartuccera, gli stivali ed estraeva dal fodero in cuoio il fucile lungamente ed attentamente lubrificato per l’occasione , con modi palesemente rituali, come da officiante di alcuna religione tramandata nei milioni di anni durante i quali l’attivita’ venatoria era stata la unica attivita’ dell’uomo.

Un languore che gli parlava dell’ansia che sentiva allora per potersi perdere nei boschi e nei coltivi della Piana, cercando quei fagiani e quelle lepri che aveva “ curato “ per tutti i mesi dell’estate, vedendo le nidiate crescrere  e farsi, ogni giorno, piu’ smaliziate….quell’ansia di sentire il canto roco e iroso dei maschi di fagiano nel momento del frullo….ansia di sentire l’odore del pelo bagnato dalla rugiada abbondante del  o della compagna di scorribande ed avventure….un’ansia, di confrontarsi con un elusivo avversario…sul suo terreno….

Scese le scale e fece il giro del cortile interno  della caserma, mentre gli uomini della sua Compagnia si preparavano ad un nuovo giorno, tutti infreddoliti ed insonnoliti, come lui, perche’ come lui, poco e male avevano dormito, e se erano riusciti a dormire, nessuno mostrava di aver riposato e recuperato qualche energia, ma l’odore del forte caffe’, di pane messo a scaldare nel forni eletrici, per ravvivarlo un po’, riempiva adesso l’aria del refettorio; uova e salsicicce sfrigolavano nei grandi tegami, e i militari gia’ si stavano servendo una vigorosa colazione, e si sentivano risa e battute, che scacciavano il freddo e la scomodita’ della notte che stava finendo.